sabato 28 marzo 2015

Campionati Duathlon Sprint Torino 2015 - Cronaca

Torino, 28 marzo 2015 - bici 575.5, corsa 304.6, nuoto 24 km

8 marzo, - 15 gg al via.
In piena preparazione, per la prima gara dell'anno. Mi sembra di correre bene, soprattutto di aver diminuito molto la frequenza cardiaca. Un po' meno bene in bici, per il minor allenamento.
Locandina 
In giro per Torino si vede qualche manifesto. Mi sto allenando abbastanza, con una frequenza di 5-6 sedute a settimana, tralasciando però il nuoto (ahimè).

13 marzo - 9 gg al via.
Pubblicato il programma. Ritiro pacchi gara dalle ore 16 del giorno prima. Studio i percorsi.
Corsa al Valentino dove mi alleno abitualmente e bici in Corso Unità d'Italia, uno dei principali di Torino. Sfilata davanti alle Molinette dove ho lasciato in deposito tutti i ricordi dell'Università. Passaggio nel tunnel da Corso Dante, in stile Montecarlo.
Programmo gli ultimi allenamenti. Apro tutti i siti di previsioni metereologiche nella speranza che diano buone notizie. Per ora purtroppo è prevista pioggia, ma mi dico che è troppo presto.
Comincio a sentire le prime emozioni, salire dal fondo dello stomaco.

Nel frattempo, anche per non focalizzarmi troppo sulla prossima avventura, programmo le prossime gare. Mi sono iscritto alla GranFondo di Torino... dopo 10 anni torno alle GF! A breve anche l'iscrizione alla 70.3 di Candia.


20 marzo - 2 gg al via
percorso bici
Ormai ci siamo. Questa settimana ho caricato molto poco. Le previsioni del tempo sono pessime, pazienza... del resto il percorso ciclistico è per la maggior parte nel tunnel. Ora è il tempo di definire i particolari: l'abbigliamento e i vari accessori. Sono previsti 8 gradi, troppo pochi per stare solo con il body. Credo che metterò sotto un intimo tecnico (una preziosissima maglia a maniche lunghe x-bionic), e calze compressive aggiungendo uno smanicato da infilare velocemente per la bici. Dubito che potrò mettere gli occhiali che con la pioggia mi impedirebbero di vedere. In ogni caso mi preparerò quelli con lenti non oscurate, adatte alla luce della galleria.

percorso corsa

22 maro: Via!
E' il giorno. Come temuto e previsto piove, e quanto! Ho appuntamento sotto casa con Luca, folle compagno di corse all'alba.
Carichiamo bici e borse sulla Multipla in assetto furgone.
Guardiamo il cielo e scherziamo per farci coraggio. Tanta acqua e freddo.
Parcheggiamo in Corso Marconi, di fronte al Castello del Valentino, zona dell'arrivo.
Tempo di gonfiare le gomme e siamo già da strizzare. Il contakm della bici smette di funzionare dopo pochi minuti (resusciterà poi a casa, dopo 4 ore di essiccamento sul termosifone).
Sistemiamo bici, casco e scarpe (opportunamente sistemate in un sacchetto di plastica) nella zona cambio e andiamo a rifugiarci dentro al V padiglione, quello delle giorstre di Natale. Qui incontro alcuni amici e molte facce note. Alcuni di Torino-Triathlon e altri dei Ronchiverdi. Comincio a inserirmi anch'io nel mondo, ancora tutto sommato piccolo, di questo sport.

Abbiamo ancora un'ora e decidiamo di spenderla al caldo, in un bar, per mangiare qualcosa e prevenire le mie immancabili coliche, quelle del mio intestino che saggiamente mi chiede "chi te lo fa fare? perchè non te ne sei stato a dormire?".
Condividiamo qualche minuto con un gruppo di Roma. Ci conforta così sapere che c'è qualcuno più deficiente di noi che non solo ha pagato per correre al freddo e sotto il diluvio universale (quanto piove!), ma che ha anche viaggiato per molti km, arrivando da temperature più miti.
In anni di attività sportiva ho imparato che sempre e comunque c'è qualcuno più fuori di testa di me.

Ore 13.10. Siamo allo start. Mancano 5 minuti. Questo è uno dei momenti più adrenalinici. Si cerca lo sguardo degli altri e si fa qualche battuta per sdrammatizzare e abbassare il livello d'ansia. Mi sfilo il mio tecnicissimo impermeabile, un mega sacco dell'immondizia nero, con il foro per la testa.

VIA...

Mi avvicino a un gruppetto di Torino-Triathlon. So che in genere vanno più di me e decido di prenderli come riferimento. Guardo il cardio. Mi mi soffermo sulla frequenza cardiaca, che è sopra alla soglia massima... viaggio sui 185 b/min, procedo però intorno ai 3 min e 50 sec/km. Sono ben oltre le mie possibilità. Non voglio mollare le mie lepri. Provo ad adottare i trucchi imparati in una recente lettura, i " Sette Passi della Corsa" di Longoni. Mi trasformo in un gabbiano. Un po' funziona e riesco a tenere il ritmo dei compagni.
Secondo giro. Non mollo.

Entro in zona cambio.

Trovo subito la bici (un vero e proprio miracolo dal momento che in genere vago come uno zombi, senza nemmeno ricordare il numero di pettorale. E' il prezzo che si paga a superare la soglia massima).
Casco, prima di tutto quello. Poi le scarpe. Bici a mano e via di corsa.
Prime pedalata. Stringo i velcri delle scarpette e spingo.
Mi attacco a un gruppo che non lascerò fino alla fine della frazione ciclistica.
Sembra di correre nel greto di un fiume. Acqua ovunque. Si entra nel tunnel di Corso Dante. Sto al coperto e tengo la scia, sfidando il muro d'acqua sollevato dalle ruote. Alle rotonde praticamente ci si ferma per evitare di scivolare e ogni volta, per non perdere la ruota, tocca alzarsi sui pedali e scattare.
Fine del primo giro, ultimo tunnel.
Mi tengo a distanza da un ragazzo con un impermeabile bianco. Continua a cambiare direzione. Qualcuno gli ha già detto di stare attento. Ora è poca più avanti di me, a sinistra. Cambia di nuovo traiettoria, improvvisamente. Probabilmente tocca la ruota di qualcuno. Sento urlare. Freno, mi metto di traverso riuscendo a non cadere. Dietro sento lamenti e rumore di ferraglia. Rimonto sui pedali. Esco dal tunnel a fianco a un ragazzo che mi guarda. "Che culo...", dice. Ci è andata bene, siamo gli unici sopravvissuti del gruppo.

Secondo giro. La strada è come un fiume. Tutto bene. Il gruppo rallenta perchè nessuno vuole tirare. Sento il dovere di dare un contributo e mi metto in testa, senza esagerare.

Zona cambio.
Urlo liberatorio all'arrivo
Il miracolo non si ripete, non vedo il mio posto e passo oltre. Torni indietro intralciando altri che, giustamente, protestano.
Metto le scarpe da corsa, fradice e parto.
A metà della ZC mi rendo conto di avere ancora il casco e torno indietro.

Ho i piedi gelati e nessuna sensibilità. Corro senza sentirli. Tengo i 4 min e 30sec/km, circa.
Passo vicino al traguardo dove sento Francesca. Fa il tifo. Con lei ci sono Marta e i miei. Vederli come sempre è un piacere immenso. Mi ridanno energia e la voglia di accelerare.
Ultima salita. Sto recuperando posizioni. Allo sprint ne supero 4.
Chiudo in 1.05.50, ben 15 minuti in meno del mio primo duathlon, due anni fa.

Sono soddisfatto. Nonostante il meteo sono riuscito a divertirmi.

I miei "supporter"


sabato 24 gennaio 2015

Walter Bonatti, il talento dell'avventura

Torino, 24 gennaio 2015 - Bici 131.9, Corsa 64.3, Nuoto 1.75 km

Tutto da capo. Conteggi dei km a zero e via... un nuovo anno di allenamenti. Prossimo obiettivo saranno i Nazionali di Duathlon Sprint a Torino (casa, dolce casa), poi il medio di Candia e altro ancora da pianificare.

Il talento dell'avventura, Walter Bonatti

Sono in trasferta a Milano per un corso. Ho un leggero anticipo e passeggio nella zona del duomo. La sala congressi è a Palazzo Mezzanotte, la sede della Borsa, prima che internet e i computer sostutuissero gli urlatori. Mi faccio guidare da Google Map. In via dei Mercanti mi giro e vedo il volto di Walter Bonatti sorridere da un cartellone, ritratto in cima a un picco. Hanno allestito una mostra dedicata alle sue foto. Ho tempo ed entro.

Scrivere un post di poche righe su Walter Bonatti è tentare di scalare il K2 da solo, senza ossigeno e in poche ore... un'impresa impossibile. Non si sa da che parte iniziare, quale via approcciare. E' una montagna con diverse pareti, molte più dei quattro punti cardinali.
Una vita piena di avventure, luoghi, compagni, viaggi in terre lontane, bivacchi in luoghi impossibili, vittorie, ma anche polemiche e commiati.

Nasce a Bergamo nel 1930 e muore a Roma nel 2011, all'età di 81 anni. Cade alla fine non perchè scivoltato un in crepaccio o travolto da una valanga, ma nel suo letto per un tumore.
Scala le prime montagne nel 1948, cimentandosi subito in imprese estreme. Colleziona una serie di pareti e di nuove vie. Nel 1954 partecipa alla cordata italiana Desio-Compagnoni che conquisterà la vetta del K2, portando giù dalle vetta più polemiche che trionfo.
Negli anni successivi salirà un numero impressionante di vette, aprendo nuove vie o percorrendone di già note ma inverno e condizioni meteo proibitive.
Darà l'addio all'alpinismo estremo nel 1965 dopo aver salito la parete nord del Cervino, per primo nei paesi invernali. Sopravvive a disagi e rischie grazie al proprio talento e alla buona sorte che spesso mancheranno ai suoi occasionali compagni di avventura, non tornati a casa perchè arresi al freddo o precipitati giù dalla montagna.
Negli anni successivi si darà all'esplorazione di angoli del mondo sconosciuti e lontani, raccontati nei romanzi di London, Hemingway, Defoe e Melville, i suoi miti letterari. Verrà sponsorizzato dal periodico Epoca che pubblicherà le foto e i suoi reportage.

WB si tuffa nel Nilo
Mentre attraverso la mostra e mi perdo nelle sue immagini, provo rispetto, invidia, un senso di trionfo e, chissà perchè, di solitudine.
Sempre solo, immortalato in luoghi maestosi e infiniti, ma sempre solo. Addossato come un ragno a una parete di roccia o nell'atto di tuffarsi nel Nilo, si ritrae con l'autoscatto, forse per documentare e provare al mondo il gesto o forse per celebrare il trionfo, un po' come tagliare il nastro al traguardo.

Ma soprattutto, cosa c'entra con la corsa, il nuoto o cosa con la bici? Tolta qualche camminata e due avventure con sci d'alpinismo, no ho esperienze d'alta montagna. Bene, certo, con la bici ho superato molti colli alpini, quelli mitici del Giro o del Tour, con la mtb mi sono avventurato in creste e sterrati in quota, mano ho mai affrontato pareti con le mani, non so cosa siano corde e chiodi o come si attrezzi un bivacco in quota. Cosa c'entra Bonatti con le mie velleità di triathleta?

Mi affascina.

Leggo i suoi libri e sento rafforzarsi in me la voglia di allenarmi, di correre e pedalare. Assimilo le sfide che ha
WB nel deserto
lanciato a se stesso e contro i limiti (propri e dell'essere umano in generale) e ne subisco la risonanza.
Ecco la chiave del fascino che ha su di me, ed il legame con il mio personale modello di sportivo e di essere uomo.
La chiave è la sfida, l'avventura.
La stessa che ha avviato i mie allenamenti e le mie piccole imprese sportive. La stessa che mi fa svegliare ogni giorno con la voglia di vivere con energia, sorridere ed esplorare.

E' solo con la lettura di un libro, regalatomi da Francesca per Netale, "I Sette Passi della Corsa" di Umberto Longoni che ho finalmente compreso a pieno cosa c'entri Walter Bonatti con ciò che faccio, o meglio, con quello che sono.
In queste pagine si parla di psicologia dello sport, applicata al podismo. Nel secondo capitolo si dice che ogni runner ha in sè un talento che se adeguatamente individuato e sfruttato può portarlo a crescere e migliorare come atleta. Il tutto si può applicare alla vita nel suo complesso, ovvero si può dire che ogni ha in sè un talento e che il riconoscimento di questo può portare a vivere la propria vita nel pieno delle sue potenzialità. Esiste il talento della strategia, in altre parole quello delle tabelle, della pianificazione precisa e della strategia. Il talento del leader, o meglio della ricerca dell'attenzione altrui,  e del desiderio di primeggiare. Quello della fantasia, della capacità di sognare e di distrarsi da tutto, alienando così anche la fatica, se serve. Infine esiste il talento dell'avventura, dell'esplorazione e della curiosità del superamento dei propri limiti. Mi sono subito identificato in quest'ultimo profilo, senza esitazione, cogliendo così il Bonatti che è in me.

Quindi alla fine nel tentare di scalare la montagna Bonatti ho scelto una via mia, una indiretta. Ho raccontato l'ombra che la montagna ha posato su di me, lasciando a biografi e altri l'idea di scalarla direttamente e descriverne nel dettaglio le pareti.

Consiglio a tutti i leggere i suoi libri perchè, credetemi, dalle vette che racconta, soffiano parole come ossigeno sulla voglia di vivere.
Danno la forza di correre e mettere giù il piede dal letto, tutte le mattine, pensando che sarà una grande giornata.

giovedì 18 dicembre 2014

Eric Moussambani, un eroe lento

TorinoLoris Facci
Torino, 18 dicembre 2014 - Bici 2243.7, Corsa 1372.4, Nuoto 119.7 km

Rubo questa storia a Loris Facci, medaglia di bronzo nei 200 metri rana nelle olimpiadi di Sidney, del 2007. Attualmente lavora come preparatore in piscina, presso i Ronchiverdi di Torino. Proprio in questa sede, in occasione della festa sociale di fine anno, ha raccontato la storia di Eric Moussambani, l'uomo più lento delle Olimpiadi.

Un aneddoto sicuramente divertente. La storia di un nuotatore lento, un olimpionico atipico, che con la propria goffaggine, paradossalmente, invece di sembrare ridicolo ha portato in alto i valori sportivi, l'essenza vera delle Olimpiadi.

Eric è un nuotatore della Guinea Equatoriale e, nel 2000 partecipa, come unico rappresentante della sua nazione alle Olimpiadi di Sydney, ovvero nei 100 metri stile libero.
Impara a nuotare nell'oceano, ben otto mesi prima delle olimpiadi. Può partecipare anche senza i requisiti
Eric Moussambani
perchè beneficia di una green card concessa ai paesi in via di svilippo.
In batteria solo altri due concorrenti, subito squalificati per partenza falsa. Eric rispetta lo start e si tuffa.
Il tuffo è una clamorosa panciata.Nuota come potrei nuotare io, persino peggio di me (incredibile).
Baricentro basso, gambe larghe, testa fuori dall'acqua.
Finisce in 1.52.00 un tempone, ovvero un tempo enorme, pari al doppio di quello degli altri concorrenti. Nessun fischio dal pubblico che invece lo incita, come avrebbe incoraggiato un tentativo di record mondiale. Nuota non curante del cronometro, fregandosene della mondovisione.
Sarà immortale, su You Tube.

Negli anni successivi si allena riuscendo a portare il suo personale, sui 100 metri, intorno ai 57 secondi e finendo per allenare la nazionale di nuoto del proprio paese.
Diventa celebre e ricco, grazie a interviste e sponsorizzazioni.

Eric rappresenta la realizzazione del sogno impossibile. Il segno che la vita ti possa portare ovunque, a patto di trovarsi nel luogo giusto nel momento giusto.

E' ovvio che non vedrò mai le Olimpiadi, se non dal televisore.
Ho visto passare il tedoforo a Torino, ed è stata una grande emozione. Ho partecipato alla festa in strada durante le Olimpiadi e le mie gare amatoriali sono delle feste. Celebro così la voglia e la gioia di vivere e di sentirmi bene. In certi momento di endorfina e adrenalina trovo lo spazio per quel Dio in cui ho smesso di credere anni fa. Insomma, mi alleno e gareggio a scopo "spirituale", non certo perchè ambisca a partecipare alle Olimpiadi... però è bello sapere che qualcuno ci è arrivato ed è stato applaudito, quasi per caso.

Non ci sono sogni impossibili.



giovedì 4 dicembre 2014

Correndo a fianco dei Tarahumara e di Emil Zatopek

Torino, 5 dicembre 2014 - Bici 2243.7, Corsa 1345.3, Nuoto 115.2 km

Dicembre, fine della stagione. Tempo di bilanci e propositi per il prossimo anno.

2014: mi sono divertito e questo era l'obiettivo principale. Sono migliorato e mi sento in forma: obiettivo secondario raggiunto.

Continuo ad allenarmi, ma per ora in modo un po' distratto. 

Il prossimo sarà l'anno di Torino Capitale dello Sport e ovunque si annunciano grandi eventi. Si ricominciano così progetti e sogni...

Negli interstizi del tempo, soprattutto quando mi immergo nella vasca da bagno, sto leggendo "Born to Run" di Mc Dougall.
Una lettura perfetta per questa stagione. Un libro consigliato da Angelo, il mio trainer sportivo-spirituale. Leggo e mi sento aiutato a motivare gli allenamenti in una fase pre-natalizia, lontano dalle competizioni.
Il libro mi suggerisce altri punti di vista e sfaccettature della corsa e dello sport in generale. Mi immergo nell'acqua calda della mia microvasca e mi immagino a percorrere assurdi sentieri in canjon messicani, rincorrendo Cavallo Blanco o i mitici tarahumara.
Quando esco a correre, guardo un po' meno il cronometro e idealmente, come cantano Le Luci della Centrale Elettrica, apro "le braccia ad ali di gabbiano". Provo a riassaporare la gioia della corsa fine a se stessa, essenza dell'infanzia. Quando si giocava non esisteva altro passo. Si correva, e basta.
Così scendo in strada e percorro il solito giro dei ponti. Solita frequenza di passo e grosso modo le stesse velocità. Stessa frequenza cardiaca, ma variazione delle frequenza encefaliche, vibranti nelle aree limbiche, quelle ataviche del gioco.

Un libro pieno di citazioni e racconti di eroi sportivi e grandi imprese.

Tra i tanti mi ha colpito la storia di Emil Zatopek, che nella mia totale ignoranza non sapevo chi fosse. Come riporta wikipedia, è stato un atleta cecoslovacco, vincitore di quattro medaglie d'oro e una d'argento ai Giochi olimpici.
Celebre soprattutto per la straordinaria impresa realizzata alle Olimpiadi del 1952 di Helsinki, durante le quali vinse tre medaglie d'oro nell'atletica leggera. Dopo aver primeggiato nei 5000 m e nei 10000 m piani, conquistò la terza medaglia nella maratona, gara in cui decise di competere all'ultimo minuto e che disputava per la prima volta in carriera. In ognuna di queste gare stabilì anche il record olimpico. Insomma, sportivamente parlando, un mostro.

Mi ha colpito però soprattutto per il lato umano, quello che fa salire il campione, sul podio ideale, al gradino del mito.
La smorfia di Zatopek
Era chiamato "locomotiva umana" perchè correndo ansimava, appunto, come un locomotore. Pare poi che avesse uno stile scomposto e poco elegante. Correva con la testa piegata indietro, i gomiti aderenti al corpo e sul viso, sempre, una maschera di dolore. Quando un giornalista gli chiese il motivo di quella smorfia rispose "Sapete, non è ginnastica o pattinaggio artistico... potrei imparare ad avere uno stile migliore solo quando si inizierà a giudicare le gare in base alla bellezza dello stile, ma finchè si tratta di una questione di velocità allora la mia attenzione sarà rivolta a vedere quanto velocemente sono in frado di coprire la distanza".
Dicono poi che amasse chiaccherare durante le gare, e che in questo modo desse involontariamente fastidio ai rivali.



E come tutti gli eroi finì cadendo. Era infatti una figura importante del Partito Comunista, con idee democratiche e non allineate.Pensava come correva, a modo suo. Dopo la Primavera di Praga venne così rimosso dagli incarichi e per punizione costretto a lavorare in una miniera di uranio.

Morì a Praga, all'età di 78 anni, nonostante l'uranio.

Aggiungo così un altro membro alla mia personale squadra di eroi sportivi, immensi e imperfetti.
Le crisi di panico di Franco Bitossi, le orecchie a sventola di Marco Pantani e da adesso lo sbuffare scomposto di Zatopek.



lunedì 17 novembre 2014

Turin Marathon, cronaca

Torino,  18 novembre 2014 - bici 2165.7 km, corsa 1282.2, nuoto 107.2 km


2 giorni fa la mia seconda maratona, a Torino.

Sulla carta sono più allenato. Quest'anno ho battuto tutti i record sui soli giri. Ho nelle gambe circa 200 km in più e mi sento in forma. Obiettivo è battere il tempo dell'anno scorso 3°27'50''. Tutto farebbe pensare a una buona prestazione, a un nuovo personale. Tutta teoria perchè in mezzo ci sono più di 42 km.

L'anno scorso è stata la prima e qualsiasi tempo mi sarebbe andato bene. Quest'anno ho qualche aspettativa in più. La gara è verso me stesso, come sempre.

Sabato pomeriggio affronto il diluvio universale e mi metto nella ressa per ritirare pettorale e pacco gara. Si rifiutano di consegnare la mia busta, il numero 1008. Sopra c'è un bollino rosso. Azz. Mi spediscono nell'angolo dei cattivi, dai cronometristi.
Pare che la mia tessera FIDAL sia sospesa. Eppure dovrei essere a posto con tutto, certificati e iscrizioni... Telefono in palestra, ai Ronchi, dove mi spediscono sul cellulare una copia del certificato agonistico che rigiro sul cellulare dell'inflessibile ma gentile barbuto. Il barbuto mi stringe la mano e mi lascia iscrivere, come non agonista. Mi girano un po' le balle, ma sono contento comunque di avere risolto il problema. Quanto sono contento di avere uno smart phone... un tempo sarei dovuto tornare a casa, fotocopiare il pezzo di carta, tornare in centro, ammesso di trovare ancora gli stand aperti..

Sabato notte. Riposo (si fa per dire). Marta decide di dormire con noi nel lettone e scalcia come un puledro impazzito. Domani sarà il suo compleanno e non posso dirle di no. Sogno di essere a cavallo e di rischiare di essere disarcionato. Dormo sul bordo del letto, di comodo comodissimo legno.

Domenica mattina, ore 6.30. Ricca colazione: 2 compresse di Buscopan per prevenire le solite coliche, una tazza di cereali, pane e marmellata e thè amaro. Mi porto dietro una bottiglia di maltodestrine che berrò a piccoli sorsi fino a mezz'ora dalla partenza.
Prima colica e prima seduta.

8.20 mi spoglio in Piazza Castello. Lascio lo zaino al ritiro borse e mi metto addosso una vecchia felpa che sacrificherò alla partenza. E' l'unico modo che ho trovato per rinnovare il guardaroba e buttare ciò che non uso più senza troppi rimorsi.

8.30 foto al monumento equestre, in piazza Castello, con gli altri maratoneti di Torino Triathlon. Non conosco quasi nessuno di persona. Di alcuni di loro ho letto le mitiche gesta seguendo i profili su facebook. Tra loro Alberto Quarello un abituè del massacro domenicale: un collezionista di iron man o altri massacri sportivi. Altri che non riconosco. L'unico di cui ho una conoscenza non solo virtuale, Renato Ferraris, altro iron man, è altrove a preparare il figlio alla corsa dei piccoli.




8.50. Santo Buscopan non riesce ad arginare l'emozione e mi tocca una seconda seduta. Da signore però, al caffè S. Carlo.

grafico del cardio
9.15 sono in griglia. Inno di Mameli. Intorno e dentro di me ansia crescente, racconti di imprese
passate, infortuni. Chi consiglia e chi cerca conforto. Chi promette grandi imprese e chi mette le mani avanti dicendo di non essere in forma. Il discorso dell'organizzazione e poi la vetrina dell'assessore.

9.30 lo sparo. Si parte. L'ansia si dissolve. Sorrido. Ho voglia di correre. Tanta.
Il mio obiettivo è stare intorno alle 3 ore e 25 minuti.
Voglio accumulare quello che nei miei deliri di corsa chiamo "il mio tesoretto". Ovvero un margine di minuti da spendere dopo i 30, quando so che mi prenderà l'inevitabile crisi. Nel delirio del maratoneta il "tesoretto" si trasformerà km dopo km in un'entità spirituale alla quale comincerò poi a parlare, dal 32mo km in poi. Caro, il mio tesoretto...

Mi prefiggo di correre intorno ai 4.45 min/km. Mi faccio prendere dal flusso. Supero il pace maker delle 3 ore e 30.
Guardo il cardio: viaggio spesso intorno ai 4.30 min/km.
Sto bene.

Al decimo km passo con una media di 4.40. Vorrei bere la prima dose di zuccheri. Sfilo la bustina dalla tasca posteriore, strappo il tappo e la faccio cadere. Alimentazione in gara da riprogrammare. Non più una dose al 10 - 20 e 30 km ma solo ai 17 e 27 km. Pazienza.

Ho addosso la divisa di Torino Triathlon e ogni tanto, dal ciglio qualcuno mi incita "Forza Torino Triathlon!". Aiuta, davvero.

A Nichelino, come l'anno scorso, è festa. Bande musicali, gruppi di batteristi. Bello.

Sulla strada, durante tutto il percorso tanta gente. Dai balconi o sul ciglio. Tutti a farci il tifo. Rispetto all'anno scorso trovo meno automobilisti imbestialiti.

Dopo Nichelino aggancio un compagno di squadra. Lo affianco per un po', scambio due parole. Vado avanti. Ne prendo un'altro poco prima di Stupinigi, due parole anche con lui, poi rallenta e lo perdo.

Ai 21 km passo con una media di 4.39 min. Molto bene. Il "tesoretto" cresce e le gambe tengono. Un anno fa a questo punto stavo soffrendo, lo ricordo bene.

Da Stupinigi al Parco Ruffini patisco, ma non per le gambe e nemmeno per il cuore. Passo il mio tempo a superare per poi essere superato da un immondo essere calvo dalla divisa arancione, il Re della Flatulenza. Ogni 100 metri un'emissione di gas e per me qualche secondo di vertigine. Quale intruglio avrà mai ingerito? Avrà anche mal di pancia? Non ne posso più e forzo il passo. Lo devo seminare, il maledetto petomane. Nulla da fare, è sempre lì. Non mi molla.
Parco Ruffini. Mi giro rassegnato ma Sovrano dei Petomani è scomparso. Forse le coliche lo hanno piegato in due o forse si è dissolto in una nuvola di zolfo.

Al 30 km, passo con una media di 4.41 min/km.

Qui c'è Renato Beltrandi con un bel gruppo di ToTri. Fanno il tifo. Mi danno mezza berretta e scambiamo un cinque. Mancano poco più di 10 km. Mi chiamano per nome e mi danno coraggio.

La strada è ora in leggera discesa e la crisi ancora non arriva.

Alla Crocetta mollo un po'. Fatica. Attorno a me molti rallentano, alcuni camminano, qualcuno, ma non molti, mi supera. Temo mi possano venire i crampi, ma è solo una paranoia.

40 km, ultimi 10 km in 4.50 km/min. Ho mollato un po', come era prevedibile, ma molto meno dell'anno scorso e di quanto temevo.

Piazza Carlo Felice.

Inizio di Via Roma. La stanchezza scompare. Me ne frego di non far salire il cuore e vado. La FC sale a 190 bpm.

Le transenne. In Piazza San Carlo mi sento chiamare: Emiliano Tollemeto (compagno di allenamenti e grande corridore di montagna) mi saluta con la sua famiglia.

Via Roma, ultimi metri. A sinistra vedo Francesca e Marta, la mia piccola e la mia piccolissima. Mi commuovo... venirmi a prendere al traguardo è il regalo più bello che possano farmi.

Guardo avanti, la linea del traguardo vicina,  il cronometro ufficiale: 3.19.11. Accelero. Ancora non ci credo, posso tragliare il traguardo sotto i 3.20!

Finisco intorno ai 3.19.39 (3.19.25 in tempo reale).

Sto bene, benissimo, anche di più.






martedì 4 novembre 2014

Anello Verde: trail in collina

Torino, 4 novembre 2014 - bici 2165.7, corsa 1242.6 , nuoto 105.44 km

Dall'infanzia ho esplorato la collina di Torino in qualsiasi modo.
Giovane ragazzino esploratore, risalivo a piedi il Rio, quello di Via Lavazza, alla ricerca della mitica sorgente, luogo simbolico, magico e mai trovato. Probabilmente il Rio nasce così com'è, dal nulla.

Poi è arrivata la bici da corsa e con lei gli orizzonti si sono allargati. Le strade si sono allungate e il confine ha oltrepassato Val San Martino, fino a Santa Margherita. E' arrivato l'Eremo, il Colle della Maddalena. Ho scoperto la Panoramica e ho sconfinato fino a Superga.

A 14 anni avevo una moto da trial, il mitico Fantic 50, quello rosso. Potente come un trattore. Prima che sparisse, rapito da furfanti in una notte, in centro a Torino, salivo agile (si fa per dire) nei boschi tra Val San Martino Superiore e l'Eremo, su dalla Strada del Termo Forà, fino alla Maddalena.
Poi la mountain bike e la strada Panoramica. I boschi di San Martino a Castiglione, Cordova e altre decine di missioni esplorative.

A 42 anni ho aggiunto un'altra modalità: la corsa in collina, quella nei sentieri.

Alle 9.00 mi trovo con Emiliano. Ha già corso qualche settimana fa il trail di Ulzio e ne sta preparando un altro. E' martedì e per me è il giorno del "lungo", in vista della Maratona di Torino, sempre più vicina e minacciosa.

Decidiamo di provare l'Anello Verde.

Anello Verde (percorso integrale)
Emiliano arriva in divisa da corsa in montagna, stile perfetto, compreso lo zainetto tecnico. Io mi travesto invece da uomo bionico con orologio a sinistra, Polar a destra, sensore del GPS ad un braccio, cellulare con Runtastic all'altro braccio e alla polsiera la GoPro, pronta a immortalare i momenti più esaltanti.

Dal Lungo Po Antonelli corriamo a velocità moderata lungo l'argine del Po. Parco Michelotti, sotto il Ponte di Corso Regina. Gran Madre, corso Vittorio. Poi la ciclabile a filo del Po, sotto Corso Moncalieri fino al Ponte Isabella. Saliamo le scale, torniamo indietro di 500 metri ed entriamo nel Parco Leopardi.

Entriamo ufficialmente nel tratto collinare del famoso Anello Verde.

Saliamo fino a San Vito dove deviamo leggermente dall'itinerario ufficiale.  A Pian del Lot riprendiamo il sentiero e saliamo verso il Colle della Maddalena.

Qui incontriamo un'altra "fuori di testa", forse più di noi. Una donna (45 anni circa) che da sola corre verso il faro della Vittoria. Ci si saluta e si scambiano due parole. Sta preparando un ultratrail di nonsodove, di più di 70 km. Ci chiede se conosciamo un sentiero che la possa portare a Chieri.

Al bivio del Mainero deviamo lasciandoci a destra, in alto, il Faro.

Sbuchiamo all'Eremo, con le scarpe infangate e le gambe ancora cariche della salita della Maddalena.

Dall'eremo prendiamo la vecchia strada, quella che parallela alla strada che porta a Pino, corre a destra del vecchio Ospedale. Qui il debito di ossigeno ci fa sbagliare strada e corriamo per quasi due km verso destra, in direzione Pecetto.

Eremo dei Camaldolesi
Rinsaviti, torniamo sui nostri passi. Attraversiamo la strada Pino-Eremo e imbocchiamo un sentiero in direzione Torino. Lontano vediamo arrivare la ragazza di prima, al suo 90esimo km, credo.

Nel labirinto di sentieri ci facciamo guidare dalle indicazioni, puntuali e precise e seguiamo la via verso Reaglie. Scendiamo saltellando. A Reaglie ci attacchiamo a un torello, pronti a riprendere la salita.

Ancora due pendenze. La prima dalla Strada di Pino (il "pino vecchio") fino alla cima, la seconda dopo l'avvallamento fino alla Cima del Mongreno. Una salita tremenda. Asfalto ripido e interminabile. Arrivo in cima, mi accascio su uno steccato e per un istante vedo tutto rosso. Il cuore come un martello pneumatico.
Poi la discesa fino alla Strada del Cartman.

Decidiamo di abbandonare l'itinerario evitando l'ultima salita, fino a Superga, dal momento che questa potrebbe esserci fatale.
Il nostro Anello Verde

Passiamo di fianco al Ristorante Con Calma dove ci fermeremmo volentieri a divorare il locale.

Poi Sassi, allunghiamo ancora fino alla passerella e concludiamo davanti a casa. 26 km circa, con un dislivello di 600 metri, in circa 2 ore e 50 minuti.

Bella esperienza e buon allenamento.

Non è l'unico itinerario percorribile in collina ma è senz'altro uno dei meglio segnalati dove, ipossia cerebrale a parte, è difficile sbagliare strada.

domenica 26 ottobre 2014

Dove corrono i veri Re (Corsa da Re, 2014 - Cronaca)

Torino, 21 ottobre 2014 - Bici 2140, Corsa 1111.9, Nuoto 101.3 km

In questo fine settimana mi sono dedicato alla corsa di resistenza che amo meno, un'ultramaratona... di guardie in reparto e pronto soccorso.
Sabato 13 ore, per un totale di 42 pazienti, innumerevoli chiamate per urgenze (o quasi) e una mezzadozzina di ricoveri. Pausa notturna (5 ore di sonno) e ritorno in corsia dove mi aspettano i 42 signori del giorno precedente più qualche nuovo acquisto. Alle 15.00 sono a casa. Corro 35 minuti a tutta per sfogarmi. Doccia, collasso nel letto 1 ora. Cena, un po' di divano con Francesca e Marta e ritorno in Pronto per una guardia notturna.

Arrivo alla fine, stravolto, senza pettorale e senza classifica.

Mi sono divertito di più la settimana scorsa, alla Corsa da Re.

In azione!
Come l'anno scorso alle 11 circa di sabato vado a ritirare il pacco gara al castello della Mandria, a Venaria Reale. Iscrivo Marta alla Corsa del Principino. L'emozione comincia quando la vedo con il pettorale, a 4 anni, emozionata come me. E' abituata a vedermi partire per una "corsetta" ed è orgogliosa di fare come il papà.

Alle 12.00 si parte, mano nella mano. In fondo al gruppo, senza ambizioni. Al traguardo ci aspettano Francesca, i nonni, e altri amici. Emiliano e il piccolo Gabriele, compagno d'asilo di Marta, partono con il gruppo dei più grandi, dai 5 agli 8 anni.

Via come un gioco. La piccola sorride. Corriamo. Non si lamenta e cominciamo a superare tutti, uno dopo l'altro. Faccio il passo ma non la tiro. 500 metri. Alzo lo sguardo e vedo davanti a noi la bicicletta che precede il gruppo... siamo tra i primi e Marta è la prima bimba. Le lascio la mano nell'ultimo rettilineo e lei va, felice e veloce. Saluta la mamma e ride: vince la gara dei nani! Incredibile, alla terza generazione di sportivi finalmente qualcuno vede e sale sul podio...
Tutti commossi: nonni, mamma e papà.
Marta sul podio
Poi la premiazione e la seconda vittoria di Marta, quella sulla timidezza: pur non lasciando lo sguardo di Francesca si lascia fotografare.



Domenica. Ritrovo sotto casa alle 8. Partiamo in gruppo: Emiliano, Viviano, io e la mamma (velocissima, nella categoria "nonne"). Ci prende l'ansia di non trovare parcheggio e lasciamo la macchina lontanissimo. Per ora non mi hanno ancora preso le solite coliche. Ho appuntamento con Nicola, un collega dell'ospedale. Ho il suo pacco gara (con pettorale e chip). Cerchiamo un gabinetto per risolvere le ultime urgenze, quelle solide, liquide e semisolide. Intestini e vesciche attivate dall'ansia. I principini ieri parevano molto più maturi di noi re... del resto i bambini sono sempre un passo più avanti di noi. Mi arrendo alla coda e decido di mettere a tacere il colon.

Qualche goccia di pioggia, poca roba e una temperatura perfetta.

Ci scaldiamo un po' correndo nel viale a fianco della griglia della Mezza.

Incontro Angelo, emozionato per la sua prima mezza, Renato che come me sta preparando la Maratona di Torino e (a differenza di me) l'iron man di Enbrun del prossimo anno.
Saluto qualcuno che conosco di vista.

Via!

Chi è lo re?
Corro la prima parte tenendo i 4.40. Faccio fatica. E' un falsopiano, in leggera salita. Percorriamo i meravigliosi giardini della Reggia. Entriamo nel Parco della Mandria. Si corre bene e non ci sono troppi rallentamenti. Il fondo è perfetto: sterrato morbido, qualche tratto in asfalto.

Dopo qualche km si torna indietro in un altro falsopiano, questa volta in discesa. Mi infilo in gruppo di Base Runner e tengo il loro passo. Guardo il cardio: 4.00 min/km. Tutto bene.

Dopo i primi 10 km cominciano i sali scendi. Il cuore tiene senza salire sopra la soglia massima. Le gambe bruciano ma per ora in modo sopportabile. Riesco a recuperare in discesa. Il gruppo si sgrana. Siamo in fila. Cerco di non farmi distanziare dalle scarpe di chi mi precede. Sorpasso qualcuno e qualcuno mi passa.

Mi sento bene. Sento qualcuno che conta i passaggi e mi rendo conto di essere nei primi 100. Non ci posso credere.
Tengo duro e mollo solo negli ultmi 2 km, nei giardini della reggia.

Alla fine sono 90mo dei 1200 partecipanti. Concludo la corsa in 1 ora e 32 minuti circa, 2 minuti in meno dell'anno scorso, appena dietro la prima delle donne.
Arrivo al traguardo stanco ma non stremato.
Soprattuto arrivo soddisfatto.

Ecco poi Emiliano che ha migliorato il tempo dell'anno prima, e Angelo che ci ha messo 15 minuti meno delle proprie aspettative. Siamo stati tutti grandi e torniamo a casa felici.

Negli occhi gli alberi della Mandria e l'architettura della Reggia, flash di scarpe e battute scherzose scambiate con gli altri runners.

Dura e bella gara in una location meravigliosa. Buona l'organizzazione.

Un sicuro appuntamento per l'anno prossimo.