martedì 10 giugno 2014

Triathlon Medio a Candia (in Africa, credo)

Torino, 10 giugno 2014 - bici 1309.4, corsa 500.7, nuoto 65.4 km

8 giugno. E' arrivato il momento, il giorno del Medio. Ovvero 1900 metri di nuoto, a seguire 81 km in bici e 21 di corsa. Il mio passo nel triathlon oltre lo sprint. Vengono con me Francesca, Marta e mia madre che dopo la partenza andranno a spiaggiarsi in Piscina, ad Antares, dove il giorno prima si sono distribuiti i pacchi gara.

Muta facoltativa. Non so come comportarmi poi vedo che la mettono tutti e mi adeguo.

Soliti preamboli: zaino, mal di pancia, buscopan, zona cambio, fuori dalla zona cambio, muta, voglia di urinare, tolgo la muta, rimetto la muta.



Tutti già dal pontile, pronti a partire in acqua, o meglio nella pauta del lago di Candia. L'acqua è torbida e non si vede avanti che per pochi centimetri. In bocca gusto di fango. Qualcosa mi sfiora le caviglie, forse alghe, forse i tentacoli del famoso mostro di Candia o forse le dita scheletriche di triathleti annegati nelle edizioni precedenti. Questi i pensieri positivi del pre-gara...

Scambio ancora qualche parola con i compagni pesci di branco. Riconosco il mitico Giorgio Mortara, celebre per aver partecipato a più di 630 gare, 150 triathlon compresi. Lo saluto.

Si parte. Via con le solite collisioni. Tempo 5 minuti, alzo lo sguardo e scopro di essere assolutamente fuori rotta. La lontanissima boa è  tutta alla mia sinistra e il branco dei mutati a 5 o 6 metri a destra. Devio (e allungo). Raggiungo i compagni e riprendo con le collisioni. Quando tutto sembra più calmo alzo lo sguardo e scopro di essere nuovamente fuori zona. Andrò avanti così tutta la gara percorrendo una distanza totale ben maggiore dei 1900 metri previsti. Che pirla!

Il gruppo dell'olimpico è partito mezzora dopo di noi ma negli ultimi 200 metri conto numerosi nuotatori, con la cuffia rossa dell'olimpico. Sono lento e loro sono molto veloci.
Finalmente il pontile. Mi danno una mano a salire e a fuggire dai tentacoli melmosi del lago.


Zona cambio: non ricordo dove ho messo la bici. Stanchezza, confusione, e ipossia mi confondono e invece del 103 cerco il 203. Qualcuno mi indica la posizione giusta, ritrovo così bici e il doppio paio di scarpe. Prendo fiato. Occhiali, bandana, casco, guanti, calze e scarpe. Veloce. Corro fino alla strada con la bici a mano. Supero la riga e via.

In bici tutto bene. Parto tranquillo e mi accorgo di tenere una media discreta. A fine frazione avrò mantenuto i 32 km orari, non male (per le mie possibilità, s'intende). Nei primi cento metri supero un avversario, di grossa stazza. Per me, per tutta la gara, sarà "il ciccione maledetto". In ogni tratto di pianura o discesa mi supererà per essere poi ripreso nei falsi piani o nelle corte salite. Maledetto ciccione, tutta la gara a rincorrerti!

Mi superano i soliti alieni, con bici ultratecnologiche, ruote lenticolari rombanti e caschi da galleria del vento. Supero tanti finti alieni, con bici altrettanto tecnologiche ma gambe molli.

Passo il primo giro. Nel secondo mi sento più stanco ma ancora tonico.

La temperatura si sta alzando ma in bici non si sente. Bevo e mangio, in previsione della corsa. 3 borracce d'acqua, una di maltodestrine, due buste di gel.

Eccomi di nuovo al lago. Cambio scarpe e via.

Comincia la frazione di corsa. Da subito avverto un caldo mostruoso. Incrocio Jacqueline, la presidentessa di Torino Triathlon, che mi consiglia di bere. Comincio il primo giro e comincio a ingurgitare acqua. Alla fine della frazione conto di averne bevuti più di otto litri. Corro ma nelle aree esposte al sole devo rallentare. Ci sono 32-33 gradi all'ombra.
Ad ogni ristoro (uno ogni 2.5 km) mi fermo a bere.
Durante il secondo giro sento la necessità di camminare. Non sono l'unico. Molti sono costretti a fermarsi. Qualcuno si ritira, altri alternano tratti a camminati ad altri di corsa.
Finirò la terza frazione in poco meno di due ore, almeno 20 minuti sopra alle mie aspettative.
Il caldo mi ha battuto ma quando taglio il traguardo sento di aver comunque vinto, anche sul caldo.

Chiudo il mio primo medio in 5 ore e 19 minuti, all'89mo posto.

Ho tagliato l'arrivo prima del previsto e le mie sostenitrici non hanno fatto tempo a vedermi arrivare. Hanno passato una bella giornata in piscina e sono contento per loro, sono contento così. Sarebbe stato peggio farle aspettare mezzora al traguardo.

9 giugno: sono al lavoro. Alberto ha fatto la notte e mi racconta di avere ricoverato in DEA uno "dei pazzi di Candia". Scendo giù e vado a salutare il collega-triathleta. E' sincopato durante la terza frazione per il caldo e la disidratazione. Gli esami del sangue dicono che ha una rabdomiolisi e una lieve insufficienza renale. Provo a convincere Cesare a mettere da parte la sua ansia e dimettere il paziente. Gli suggerisco di fare un prelievo anche a me, perchè sono sicuro che anche nei miei esami siano alterati gli stessi valori. Non lo convinco. Il malcapitato mi dice di essersi divertito in ogni caso... nonostante sincope, viaggio in ambulanza e 36 ore di ricovero su una barella a Chivasso.

L'organizzazione di TorinoTriathlon è stata eccellente. Durante la corsa si sono prodigati tutti a bagnarci continuamente e permetterci così di arrivare alla fine.
Tutto ha funzionato in modo perfetto.



giovedì 5 giugno 2014

Col del Lys, passeggiata al testosterone

Torino, 5 giugno 2014 - bici 1228, corsa 472.6, nuoto 63.5 km

Tre giorni al Medio di Candia. Il mio esordio nel mondo del Triathlon "lungo". In realtà in parte si tratta di un ritorno ai lunghi ritmi delle granfondo. Molti dubbi e un obiettivo: finire la gara. Con quale tempo per il momento non importa, basta non arrivare ultimo..


Un'altra notte di guardia, completamente insonne. "Dormi, cretino" mi dice la coscienza. "Riposati o domenica sarai a pezzi".
Invece mi trovo con Angelo e decidiamo di scalare il Colle del Lys, ma per non esagerare lo affrontiamo dal lato di Lanzo, più lungo, meno ripido.

E' un colle di inizio stagione, un classico di maggio/giugno. Una di quelle tacche che non possono mancare. Un giro da 80 km circa (se non perdi la macchina, altrimenti sono 86), con un dislivello totale di circa 1200 metri. Una salita pedalabile.

Si parte da Alpignano, poco lontano dallo svincolo della tangenziale. Tratto collinare verso San Gillio, La Cassa. Poi lo stradone fino a Lanzo, la galleria e su verso Viù. Si sale ma si pedala bene. Superiamo qualche gruppo di ciclisti e ci sentiamo dei campioni, fino al momento di avvicinarli e scoprire l'età media, non inferiore ai 70 anni... ci sentiamo un po' meno campioni.

A Viù si prende un caffè. Angelo conquista il barista gay. Per un attimo temo che chiuda il bar e si voglia aggiungere alla nostra escursione.

Si riparte per il Lys. Iniziamo con il solito spirito competitivo... non esistono gite. Non credete ai ciclisti. E' sempre e comunque una gara. Mi sento stanco e per una volta cerco di mettere da parte il testosterone. Mi affianco ad Angelo e saliamo chiaccherando. Affrontiamo i tornanti con un buon passo, ma senza esagerare.
Mancano 5 km al colle e ci passa un ciclista, con un passo decisamente più veloce del nostro. Nel sangue del mio compagno riappare però il testosterone, in dosi da bovino di grossa stazza. Angelo parte a inseguirlo e ovviamente non posso fare a meno di partecipare alla bagarre.

Non credevo ma riusciamo a tenergli la ruota. Saliamo con velocità comprese tra i 15 e i 25 km orari. Incredibile. In una parte in piano mi metto avanti io e tiro il trio. Si vola così in cima al Lys. Mollo però negli ultimi 500 metri e il nostro sfidato/sfidante passa per primo.
Ci aspetta in cima al colle e ci ringrazia. Strani esseri, i ciclisti! Ringraziano per la sofferenza. Masochismo allo stato puro.

Poi giù verso Almese. Discesa ripida, strada stretta, curve cieche. Scendiamo con prudenza.

Percorriamo poi la ciclopista della Val Susa, ai piedi del tetro Musinè.

Ad Alpignano allunghiamo il giro di 5 km alla ricerca della macchina.

Ora ho 3 giorni per recuperare. Assoluto riposo e poi via verso a Candia.

domenica 1 giugno 2014

Cronaca: un buddista e un sonnambulo salgono al Colle Braida

Torino, 1 giugno 2014 - bici 1143.5, corsa 456.34, nuoto 60 km

Il medio di Candia è sempre più vicino. Manca una settimana e non riesco a capire quale sia il mio stato di forma. Mi sono allenato al massimo di quanto vita, lavoro e famiglia mi permettano, ma non so se questo sarà sufficiente a portare a termine la gara. Mi sento carente soprattutto in bicicletta perchè allenarsi in bici richiede molto tempo e non ne ho avuto molto. La corsa va bene e il nuoto è un'incognita.

Una settimana complicata e faticosa. Lunedì mi sento uno straccio, dopo due giorni di divertimento a Gardaland con Francesca, Marta, amici e relativi figli. Era tempo che non mi sentivo così fiacco, nemmeno il giorno dopo la maratona.
Martedì vado al lavoro, mi fiondo a casa per un microgiro con la bici (un'ora di colline), un abbraccio alla famiglia, un'ora di sonno e di nuovo in ospedale, a fare la notte.

Notte tranquilla. In pronto c'è un afflusso moderato. Alle 22.30 mi arriva un messaggio di Angelo. Mi propone giovedì di fare Colle Braida in bicicletta. Gli rispondo di sì, in un attimo di follia dal momento che anche mercoledì farò la notte. Giovedì mi salterà il sonno.

Mercoledì mattina smonto dal Pronto e mi fiondo a casa a dormire 4 ore. Alle 14.30 mi sveglia Francesca e andiamo a prendere Marta all'asilo. Si va tutti in piscina dove Marta ha lezione e io mi somministro i soliti 2000 metri di nuoto con ripetute. Poi a casa, mezza puntata di Grey's Anatomy, e di nuovo al lavoro.
Incrocio le dita perchè la notte vada bene. Domani si va in bici e devo cercare di riposare almeno un'ora. Alle 3.00 è tutto tranquillo e provo a coricarmi. Dopo 15 minuti bussano alla porta "Dottore, vieni subito". Un paziente ha deciso di lanciarsi dalla barella. Visita, richiesta delle TC, risveglio della radiologa, denuncia di caduta: il paziente sta bene (o meglio, sta come stava prima di cadere) e io non ho dormito.

Giovedì mattina. Ovviamento ho sonno ma ho voglia di andare in bici e mi sento in forma.
A casa mi vesto con la velocità di un trasformista e alle 9.40, come d'accordi, sono sotto casa di Angelo.
Decidiamo di arrivare a Rivoli con la macchina perchè non abbiamo voglia di attraversare tutta Torino in bici, in mezzo al traffico feroce del mattino.

A Rivoli si parte, in direzione Avigliana. A Ferriera abbandoniamo lo stradone e giriamo per Buttigliera Alta. Sono vigile, cosciente e relativamente orientato. Un bel tratto di pavè e poi in discesa verso Avigliana.

Sfrecciamo accanto al lago grande. Bello.

Attacchiamo la salita assieme a un ciclista. Un settantenne che attacca bottone e che sale più di noi fermandosi ogni volta che il cardio gli indica i 155 bpm. Poi su, verso la Sacra di San Michele.
E' una bella salita, di una decina di chilometri. Regolare e senza pendenze esagerate.
Non forzo ma salgo bene, in modo regolare, con velocità costante compresa tra i 10 e 12 km/orari. Non salgo con il cuore. Faccio qualche foto con la gopro che ho attaccato al manubrio.
Angelo perde qualche metro e di tanto in tanto mi fermo ad aspettarlo.
Alla Sacra ci regaliamo una pausa coca-cola.


Ancora due km fino al colle. Angelo arriva affranto perchè battuto in salita da una donna. Una toscana che racconta di avere tre figli (l'ultimo di un anno).
Sdrammatizza come sempre "sono demoralizzato: mi sono fatto battere da una donna e da un sonnambulo".

Poi la discesa verso Giaveno. Bella, veloce e non facilissima. La strada è larga e pendente. Si prendono delle discrete velocità. Bisogna stare attenti perchè i tornanti non sono ben segnalati e si capisce solo alla staccata che non si tratta di una curva.

Da Giaveno torniamo alla macchina attraversando un percorso collinare (Reano - Villarbasse - Rivoli).

Chiudiamo con una sessantina di chilometri e circa 1000 metri di dislivello.

Soprattutto chiudo avendo rubato una notte di divertimento al sonno. Sento addosso una stanchezza sana, e non quella marcia che avverto dopo aver vegliato per lavorare.





lunedì 19 maggio 2014

La Collina di Torino, come il mare (quasi)

Torino, 19 maggio 2014 - bici 1066.8, corsa 420, nuoto 55.7 km

Oggi tutto il giorno al lavoro. Sabato 12 km con ripetute 500x8 a 3.45 con Francesca e ieri per spezzare la noia un microgiro collinare in mtb con Emiliano, che per la prima volta vedo sui pedali. Il medio di Candia si avvicina e non riesco a capire se sono abbastanza in forma o no. Domani ho in programma un lungo di corsa, anche per mettermi alla prova.

Oggi un post dedicato agli scenarie delle mie escursioni e dei miei allenamenti: la Collina di Torino.

Vero, a Torino non c'è il mare (come cantavano gli Statuto). E con il mare non si può competere, indubbiamente.

Un contentino però ce l'hanno dato: la collina. Abbiamo la Collina di Torino. Nulla a che vedere con le distese azzurre, le onde, le burrasche e l'aria salmastra, ma come premio di consolazione non è male, lo giuro.

La Collina di Torino. Scoscesa verso la città, si è salvata dal troppo cemento proprio grazie alle sue pendenze. Più dolce a scendere sul lato sud-est, verso Chieri, confusa nel Monferrato a est.

E' terra di grandi convivenze e contraddizioni: parchi di ville, madame in SUV, ciclisti sudati, coppiette appartate, guardoni, podisti, boschi, acquitrini e nelle radure qualche pianta di canapa.
Discese mozzafiato e salite che spezzano le gambe.

Cesare Pavese
E' lo scenario dei racconti gonfiati dei bikers e dei ciclisti, ma è stato anche un luogo dove è passata la Storia, quella vera. Qua e là si possono ancora vedere i fori nei muri delle fucilazioni dei partigiani.
I luoghi di Pavese sono ancora tutti riconoscibili: nella Casa in Collina si parla della Fontana (la Fontana dei Francesi? Ristorante ora chiuso e trasformato in condominio), l'Eremo dei Camaldolesi, Santa Margherita.
Mentre si sale alla Maddalena, attraverso il Parco della Rimembranza si scandiscono le pedalate con il nome sulla targa degli alberi, ad ognuno il nome e il cognome di un soldato caduto nella Grande Guerra.
Nella zona di Superga, il nostro grande e bellissimo meringone, alcuni vecchi ricordano ancora il rombo dell'aereo e lo schianto del Torino.

Da bambino con mio fratello risalivo  i ruscelli (il mitico Rio di Via Lavazza) sognando di arrivare alla sorgente, un luogo magico e immaginario da dove tutto doveva avere un inizio, anche simbolicamente, correvo nei pochi prati superstiti alle ville e giocavo al piccolo speleologo in un pozzo sotterraneo (roba da folli, da lasciarci la pelle).

Ora ci gioco, come un vecchio bambino. Prendo i tempi con la bici da corsa sulle salite più dure: la Sassi-Superga, Strada Santa Brigida sono i miei piccoli Agnello o Stelvio. Scendo con gli amici dalle pietraie di Superga con la montain bike e mi perdo nei boschi. Mi alleno in salita di corsa.

E' un luogo intriso di magia e ricco di simboli personali.

Gli itinerari:
Sono troppi da elencare in un unico post. In futuro, tempo permettendo dedicherò a ogni itinerario una pagina.
Ce ne sono da affrontare in bici, in mtb, o con le scarpe. Si possono scegliere percorsi di qualsiasi lunghezza. Quello che in genere cambia poco è la fatica. La pendenza da Torino è infatti sempre notevole, da qualsiasi parte si voglia scavalcare la collina.

Dentera di Superga
Per quanto riguarda la bici da corsa i valichi più semplici sono la Strada della Rezza (da Castiglione Torinese a Chieri), la Strada "del pino vecchio" (Sassi - Pino - Chieri). Se invece si vuole scavalcare la collina attraverso pendenze più difficili si può scegliere tra numerose salite: la mitica Sassi-Superga, Strada Santa Brigida (da Moncalieri al Parco della Maddalena), tutte le strade che portano alla Maddalena (dal lato dell'Eremo o da Val Salice). Insomma c'è solo l'imbarazzo della scelta.

Il modo più facile per scavalcare la collina è in realtà quello del "disonore": ovvero caricare la bici sulla dentera di Sassi, abbioccarsi sul trenino e fare solo la discesa... non fa per me.

I sentieri (mtb o piedi) sono numerosissimi. Alcuni sono impraticabili per le biciclette, altri sono sconsigliati ai pedoni perchè percorsi in bici e soprattutto in discesa (esempio il sentiero 29, la mitica 600 o la stradina della chiesetta della Maddalena).
Sono tutti numerati e ricchi di segnalazioni. Alcuni sono preparati, con tanto di ponti di legno e parabole, altri si perdono in acquitrini melmosi dai quali diventa impossibile uscire. C'è solo da scegliere e una sola certezza: ci si perde sempre.


I parchi:
Angelo della Vittoria

Il Parco della Rimembranza evoca la storia. Ti premia perchè alla fine della salita di aspetta un angelo, l'Angelo della Vittoria che per chi si è sudato la salita ha una valenza tutta personale. Dietro l'Angelo (e la tua Vittoria) e davanti un panorama mozzafiato su Torino e tutto l'arco alpino. Un dedalo di sentieri, panchine e alberi-soldato.

Parco della Rimembranza
Il Parco di Superga è suo fratello. Al posto dell'Angelo, il Meringone. Il panorama è lo stesso, altrettanto grandioso. E' più selvaggio della Maddalena, pieno di sentieri meno curati e spesso battuti solo dai molti cinghiali.
Nel parco la Panoramica (Strada dei Colli): una strada con il limite dei 30 km/h, con il divieto alle moto (imposto dopo una serie di incidenti mortali). Una strada che nel tempo si è trasformata in un enorme palestra a cielo aperto per ciclisti, podisti o chiunque voglia cimentarsi negli sport più assurdi. Da Pino a Superga, sulla cresta delle colline. Dalla "Pano" partono i sentieri più famosi: la "Cambogia", la "600", il sentiero degli alberi.

E poi altri: il Parco Europa di Cavoretto, Villa Genero, Parco Leopardi.


Insomma, questo è il mare di cui per il momento ci dobbiamo accontentare, in attesa che qualcosa cambi e le onde arrivino davvero.



sabato 10 maggio 2014

Triathlon di Andora, cronaca

Torino, 10 maggio 2014. Bici 955, Corsa 379.2, Nuoto 51.8 km

Sabato 3 maggio


Sono a casa e sul letto ho una montagna di roba: body, muta, occhialini, occhialini di riserva, cuffia in neoprene, vaselina (due tubetti, non si sa mai), antiappannamento per occhialini, due cinture portanumero (una per me e l'altra per Angelo), uno smanicato, il casco, scarpe da corsa, scarpe da bici, due zaini, guanti di lattice, tuta da ginnastica, asciugamano, accappatoio...

Il livello di agitazione da gara è già elevato e  tale da poter generare disastri di indicibile gravità (come dimenticare a casa le scarpe o altro di essenziale). Questa volta però mi sono portato avanti e da una settimana ho redatto una splendida e molto professionale check list, con elencato tutto il materiale da portare.
Ho imparato cos'è una check list quando lavoravo nel 118: è fondamentale per sapere cosa c'è nello zaino e per essere sicuro di non dimenticare nulla. Così, invece di adrenalina, prednisone o amiodarone eccomi un sabato pomeriggio a riempire uno zaino per un'avventura sportiva.

Non sono mai stato così organizzato e temo che domani il Dio dello Sport vorrà punire il mio cambiamento con una qualche sciagura meteo. Controllo ancora una volta le previsioni (come sto facendo ogni 6 ore da circa 10 giorni): confermato il bel tempo. Forse riuscirò a evitare il diluvio dell'anno scorso.

Verranno anche Francesca e Marta, convinte dalla giornata di sole.
Mentre rivoluziono l'armadio dello sport (il 90% del mio spazio armadi, ovviamente), Francesca è sul balcone a fumare ansiosa... patisce le gare, le mie.

Domenica.
Finalmente, è arrivato il giorno. Gli ultimi preparativi. La bici a bordo e alle 9 eccoci per strada. La macchina è il solito circo: zaini, bici, giocattoli di Marta sparsi qua e là, briciole, merendine, Francesca che spegne la musica, io che la riaccendo e Marta che vuole ascoltare ossessivamente e continuamente Hey Jude: ha 4 anni ed è già una maniaca dei Beatles. E' una superfan dei Fab Four, e se anche sono orgoglioso dei suoi gusti musicali, confesso che alla quindicesima ripetizione di Hey Jude comincio ad averne abbastanza.

Con mezz'ora di ritardo siamo ad Andora. Arriviamo e, inaspettamente, piove. Incredibile, contro ogni previsione... Mi coglie la solita colica addominale da pre-gara e devo correre a cercare un bagno per evitare un disastro entero-cosmico.
Esco dal bagno asintomatico e rigenerato. Nel frattempo la nuvola dell'impiegato è sparita e nel cielo splende il sole. Niente mal di pancia e niente pioggia: un'altra vita!

Ritiro il pettorale al gazebo di Torino Triathlon. Saluto i pochi che conosco. Mancano due ore ed è ora di fare l'ultimo spuntino, nel frattempo aspetto che arrivino Angelo e i suoi supporter (Bruna e il piccolo Riccardo).

Il momento del pettorale e del numero alla bici è sempre emozionante. Questa volta poi in modo esponenziale, grazie a Francesca che ha tatuato ovunque e a chiunque i nostri numeri con il pennarello indelebile... come dei galeotti.

Poi mille altri momenti a seguirsi in modo vorticoso. La foto di gruppo con Torino Triathlon: tutti belli, muscolosi e giovani, anche i 65enni, davvero. Si apre la zona cambio e sistemo bici e scarpe. Focalizzo fila e posto della bicicletta, ben consapevole che quando arriverò dal nuoto sarò vigile, ma confuso e disorientato nel tempo e nello spazio. Poi indosso la muta e mi vesto da ninja.


Ora ci ingabbiano. Parte la batteria delle donne, poi la seconda, la terza, quarta, quinta... finalmente tocca a noi, gli ultimi. La frequenza cardiaca sale. Siamo sulla spiagga... si parte.
In acqua, nella bolgia. Parto a destra perchè la corrente viene da quella direzione. Hanno tutti il mio pensiero e partono tutti a destra. L'acqua gelida sul viso, come uno schiaffo. Poi spallate, schiuma e gente che mi sfiora i piedi. La prima boa. Verso la seconda, con fatica perchè controcorrente. A riva.


In bici faccio più fatica del previsto. Non riesco a stare nei gruppi e mi trovo a essere quasi sempre praticamente da solo. Scoprirò poi alla fine di avere montato male la ruota anteriore e di avere un pattino a contatto con il cerchione. Che imbecille... L'ultima batteria è poi la più penalizzante perchè basta ritardare e perdere il gruppo principale per non avere ruote a cui attaccarsi. Per fortuna sono solo 20 km.


Incrocio Angelo che pedala verso il giro di boa, gli urlo un ciao.

Guardo il cronometro e mi rendo conto di essere in ritardo di almeno 5 o 6 minuti rispetto all'anno scorso. La rampa finale e l'unica discesa, corta ma ripida. Tocco i freni e la ruota di dietro si blocca, facendomi scodare paurosamente. Non cado. Ho imparato: mai lubrificare la catena e non pulire il cerchione prima di una gara. Così mi sento doppiamente cretino: una ruota mezza bloccata e l'altra unta!

Infine la corsa. Bene. Non forzo e riesco a procedere intorno ai 4.30 min/km. Recupero molte posizioni.

Al traguardo ci sono Francesca, Marta, e Bruna. Il tappeto blu, e lo striscione dell'arrivo: sempre una grande emozione.
1.27.00, ben 6 minuti in più dell'anno scorso. Sono soddisfatto comunque, mi sono divertito.

All'arrivo però l'atmosfera ha qualcosa di negativo. Non c'è musica, non si festeggia. Sento che qualcosa non è andato per il verso giusto.

Oggi in acqua è mancata una persona. Ha avuto un malore (un infarto, si scoprirà poi) e la salma è ancora sulla spiaggia avvolta in un telino argentato, all'ombra di un ombrellone.
"Era il suo destino", mi dico e lo sport non c'entra nulla.

E' stata comunque una doccia fredda che ha impedito di trasformare questa bella giornata in una giornata mitica.
Certo, sono abituato a sentire storie di enorme sfortuna, faccio il medico e lavoro anche in un pronto soccorso. La malattia o peggio arriva e nella maggiorparte dei casi non preavvisa. Ho collezionato centinaia di storie e so che l'unico modo di sopravvivere a tutto ciò è continuare a vivere. Bisogna divertirsi e proprio perchè il cronometro non si ferma, bisogna vivere alla grande, senza sprecare tempo. Questo è il mio modo di difendermi.



Questa volta però si è aperta un piccola crepa nel meccanismo di difesa. Questa persona aveva pochi anni più di me e come me aveva una famiglia, un figlio, sulla spiaggia. Soprattutto, come me, si sentiva così in forma da affrontare un triathlon...

Mi vengono in mente le parole di una canzone di Lolli, dedicata a Marco Pantani:

Nel paese dei Balocchi è notte nera...
una bici da corsa rovesciata
e con le ruote che girano per aria

(Lolli, Le Rose di Pantani)





lunedì 21 aprile 2014

Tuttadritta

Torino, 20 aprile 2014 - Bici 800.8, corsa 305.9, nuoto 42.6 km

Anche quest'anno è andata, portata a termine Tuttadritta. 10 km a 185 di FC media. Per quanto mi riguarda la gara più faticosa di tutte le gare, molto più di una mezza o di una maratona. Nessuno spazio alla gestione di gara, alla pianificazione del ritmo o al risparmio di energia. Partenza a cannone, e a cannone fino al traguardo.

Si parte da Piazza San Carlo, il "salotto buono di Torino", si corre fino a Piazza Carlo Felice e poi dritti, tutti dritti, fino alla palazzina di Stupinigi.

Prima difficoltà è la gestione della logistica, ovvero organizzare il ritorno da Stupinigi al centro, evitando le navette predisposte dall'organizzazione. Certo, sarebbe eroico rientrare di corsa ma in genere all'arrivo di questa gara mi accompagna un broncospasmo da stadio IV Gold (qui capiranno i dottori e gli enfisematosi) e una tosse da tubercolotico tale da non poter camminare.
Così ci si trova all'alba con Emiliano e Viviano e si portano a parcheggiare due macchine all'arrivo, per poi tornare in centro con una terza macchina.

Alle 9.00 siamo davanti al Caffè Torino, luogo in cui ho dato appuntamento a circa mezza città.

Seduti davanti aspettano i ragazzi (di ogni età, dalla pubertà alla senescenza ma sempre e comunque ragazzi) dei Ronchi/Torino Triathlon, commisti come sempre. Dentro ci sono già Francesca, Franco, Viviana e altri camminatori. I miei genitori sono in ritardo, li vedrò all'arrivo. All'ultimo arrivano anche Angelo (il mio angelo-buddista) e Roberto. Ecco anche Paolo.
Ancora un'ora alla partenza e già non capisco più niente. Il cervello è già in gara. 10 minuti di coda davanti al bagno del Caffè, come è di rito. Per fortuna le due compresse di Buscopan mi hanno evitato i soliti crampi addominali. Davanti a me una ragazza in tuta rossa con la stella, un'atleta della Nazionale Cinese, in trasferta.

Ore 9.20, dietro a Roberto Milano per il riscaldamento. E' uno dei preparatori di Torino Triathlon e per me, podisticamente parlando, è un marziano. Al gruppo si aggrega Bruno Pasqualini, un triathleta vero, uno dei più forti in Italia, Roberto lo guarda con rispetto. Mi rendo conto quindi che si può essere sempre marziani di qualcun'altro, che insomma non c'è limite. In parte è una consolazione.

Ore 9.45 ci infiliamo nelle griglie. Siamo abbastanza avanti ma meno dell'anno scorso. Ci sono 7000 iscritti secondo l'organizzazione. Un gran bordellone.
Poi il saluto del sindaco e lo start.

Pessima partenza, a singhiozzo. Scatto, scarto, mi arresto riscatto. Perdo più di un minuto al primo km, giocandomi la possibilità di ripetere il tempo dell'anno scorso.

Dopo circa 1000 metri supero Emiliano, dandogli una pacca sul sedere. Ora corro con il suo fantasma dietro: Emiliano, sento il tuo fiato sul collo ma non mi prenderai!

Poi i km, uno dopo l'altro, senza mai entrare in crisi perchè tutti i chilometri sono stati di crisi. Il cuore sempre in gola, sempre al massimo: contagiri puntato sui 185 b/m, tachimetro in discesa dai primi km da 4 m/km a 4.30 m/km dell'ultimo km.
Eccolo là, il cornuto cervo bastardo, in cima a Stupinigi a guardarmi. Gli ultimi due km e le gambe urenti a gridarmi pietà.
Attraverso il traguardo. Guardo il tempo officiale: 42.30. 50 secondi in più dell'anno scorso, tutti giocati nella pessima partenza.

Uno dell'organizzazione mi sprona a sgomberare i primi metri dopo l'arrivo. Lo guardo ebete. Vorrei dirgli che non sono in grado di capire cosa mi stia dicendo e che devo solo decidere se svenire o se sopravvivere. Poi invece raccoglio l'orgoglio e proseguo con la cerimonia. Raccogliere i volantini delle prossime 380 gare in programma alle quali non parteciperò, togliere il chip dalle scarpe e consegnarlo.

Poi di corsa (non si finisce mai) alla macchina per recuperare la macchina fotografica, in tempo per riuscire a immortalare gli amici. Sono consapevole di non poter riuscire a fotografare Emiliano e Angelo che hanno pochi minuti più di me. Non voglio però perdere l'arrivo di mia madre, mio padre, Paolo, Lidia e, ovviamente, della retroguardia dei camminatori.

Comincia l'attesa.

Incrocio lo sguardo di Chiamparino, prossimo presidente della regione. Corre e con gli occhi implora pietà. Gli dico "Forza Sindaco! Bravo!".  Mi sorride grato e mi saluta con la mano.

Passa mia madre, la fotografo. E' intorno ai 58 minuti. Mi dice di essere prossima all'infarto e le credo. Poi mio padre. Passano prima Sara che mi saluta, poi
Lidia che si ferma un secondo per fare una foto.

I camminatori
Sono passati 90 minuti dallo start e dei camminatori non si vede l'ombra.
Gli organizzatori cominciano a organizzare lo sbaraccamento. Sono passati altri 10 minuti. Nessuna notizia dei camminatori.
Comincio a preoccuparmi.

Eccoli, arrivare trionfanti e pieni di luce, i camminatori: Francesca, Viviana, mia zia Laura e il loro elegante chaperon, Franco.
Scatto finale, Viviana e Francesca a pari merito


Ci siamo tutti.
Ora il ritrovo è al campo della Croce Rossa.

Tutti più o meno sorridenti. Francesca è imbronciata perchè in partenza non l'ho salutata come si deve. Mi dispiace, le dico, ti amo tanto ma dopo 10 anni dovresti sapere che prima di una gara non sono in grado di ripetere nemmeno il mio nome.

Sono fatto così, senza pretese di essere normale.



mercoledì 2 aprile 2014

Piccoli e grandi maratoneti

Torino, 2 aprile 2014 - bici 668, corsa 239.8, nuoto 34 km

Ho risolto completamente i problemi al ginocchio e ripreso la corsa. Due giorni fa un allenamento folle dai Ronchiverdi con il gruppo runner (TorinoTriathlon e Ronchi): ripetute a velocità ciclistica e i miei polmoni vicini all'esposione. Ieri, non ancora recuperato il barotrauma del giorno precedente, 75 km di Canavese con il mitico Angelo, oggi si va a nuotare.
Si avvicinano i 10 km di Tuttadritta che affronterò meno preparato dell'anno scorso, con poche speranze di ripetere i miei 41' e 40''. Mi difenderò!

LA MARATONA
In questo post un cenno ad alcuni protagonisti della corsa delle corse, e alla fine, qualche flash della mia maratona.

Filippide (o Fidippide) - (490 ac)  - personale: ignoto
Gli Ateniesi vincono la battaglia di Maratona, contro i Persiani, e Filippide viene incaricato di  correre fino ad Atene, ad annunciare la vittoria.
Una corsetta, di 42 km. Per Filippide un nulla. E' un emerodromo, una sorta di corriere a piedi, in grado di correre anche 100 km in meno di otto ore (un precursore degli attuali ultramaratoneti). Secondo Erodoto nei giorni precedenti Filippide aveva dovuto correre da Atene a Sparta e ritorno (per un totale di 500 km circa) in meno di 48 ore per chiedere aiuto agli Spartani prima che la battaglia incominciasse.
Taglia il traguardo e, con il fiato che gli è rimasto, grida "Abbiamo Vinto!" (non chiaro se riferendosi alla battaglia o ad aver tagliato il traguardo per primo, il traguardo della prima maratona...).
Grida e stramazza a terra, morto per la fatica.
Dal punto di vista sportivo Filippide rimane un mistero: non è infatti noto quale sia stato il suo tempo personale. Certo non ha gestito bene la gara, non si è idratato a sufficienza o non ha rispettato correttamente i tempi di recupero rispetto agli allenamenti precedenti...
Povero Filippide.


Dorando Pietri (1885-1942) - personale: 2h38'49'' (1910) 
Giochi olimpici di Londra, 1908. Dorando ha 21 anni. E' un atleta italiano, un fondista. E' primo. Sta vincendo la maratona.
Non ce la fa più. Sbanda, barcolla ma continua perchè la vede lì, davanti a sè, la medaglia. La medaglia d'oro, quella delle Olimpiadi, il sogno di tutti gli atleti, di chi gareggia in nazionale e di chi corre solo la domenica mattina.
Dorando è esausto. Sta per cadere.
Viene soccorso dai commissari e sorretto, per pochi metri, fino al traguardo. Vince e verrà ricordato dalla Storia anche senza quella medaglia al collo, sfilata perchè squalificato. Non doveva essere sorretto.
La regina Alessandra si commuove e per consolazione gli dona una coppa d'argento.
Dorando non ha vinto ma viene ricordato proprio per questo... probabilmente avesse vinto sarebbe ricordato meno, sarebbe meno "eroe",  ma solo una delle medaglie d'oro delle olimpiadi (come se non fosse abbastanza...).
Mi ricorda un po' Franco Bitossi, il ciclista, per certi versi anche Marco Pantani. E' il genere di campione che preferisco: non macchine da vittoria, ma esseri umani.

Stefano Baldini (1971) - personale: 2h07'22'' (2006)
2004, Olimpiadi di Atene.
Sono a Barge, in Guardia Medica. Mi annoio a morte. Qui non si esce molto, per fortuna. La sede fa schifo: è sporca e maleodorante. Per fortuna c'è un vecchio televisore che prende pochi canali. Ho una gran voglia di andare in bici. Sono di guardia da 36 ore e sto fremendo. Non so cosa voglia dire correre. Non mi è mai interessata l'atletica leggera ma mi annoio e alla televisione ci sono le Olimpiadi, si corre la Maratona di Atene. La stessa strada che due millenni fa aveva percorso Filippide (con altri esiti).
Accendo la tele quando corrono da più di un'ora.
Nei primi tre c'è un Italiano, tale Baldini. E' secondo, dietro a tale Lima. Lo prende, lo supera, lo stacca. Lima arriverà poi terzo, Baldini primo.
Che emozione! La stessa dei tempi degli scatti di Pantani. E' la stessa emozione chi ha portato a correre in bici, la stessa che probabilmente a distanza di anni mi ha allacciato le scarpe e fatto iscrivere a una maratona. Lo stesso fremito che mi tocca e sorregge quando sono esausto e vorrei fermarmi.


Stephan Engels (1961) - personale: 2h57'00'' (2006)
Runner Belga, anche conosciuto con il nome di "Marathon-man": è un pazzo. Maratoneta e triathleta, in un anno ha corso una maratona al giorno. 365 maratone consecutive. Più di 13500 km in un anno. Una media di 4 ore di corsa al giorno.
Oltre qualsiasi possibilità umana. Rischia seriamente di essere chiuso in uno stabulario e sezionato per capire meglio cosa vogliano dire allenamento e follia.

Abebe Bikila (1932-1976) - personale: 2h12'12'' (1964)
Etiope, negli anni '60 divenne il simbolo dell'Africa in via di emancipazione dal colonialismo europeo, vincendo la prima medaglia d'oro olimpica del continente africano.
Nel 1960 vinse le Olimpiadi di Roma, correndo l'intera maratona scalzo.
Si presentò alle Olimpiadi di Tokyo senza speranze di vittoria. Era fermo da settimane, dopo un intervento di appendicectomia, eppure vinse ancora ma questa volta con le scarpe.
Finì i suoi ultimi anni tristemente, paraplegico dopo un incidente automobilistico, morendo poi a 41 anni per un'emorragia cerebrale.
Chissà perchè ma nel destino dei campioni si trova sempre qualcosa di amaro.

Luca Gagliardi (me medesimo) (1973) - personale 3h27'50'' (2013)
16 novembre 2013, Torino. La mia prima (e per ora unica) maratona.
Nel 2010 avevo cominciato a correre, poca roba. Per sfida avevo deciso di partecipare a una "mezza", con l'obiettivo di arrivare in fondo, senza guardare il cronometro. Ero in un periodo di astinenza dal ciclismo e cercavo un surrogato di qualsiasi genere. Così avevo cominciato a correre, ma in modo irregolare e senza grandi obiettivi.
Nello stesso tempo vedevo avvicinare i 40 anni e sentivo l'esigenza di legare a questo traguardo anagrafico anche un traguardo simbolico. Dovevo dare al passare del tempo una connotazione positiva. Dovevo battere il tempo. I 40 km (e più) avevano poi una certa corrispondenza con i 40 anni... allora decisi: "festeggerò i 40 anni portando a termine una maratona".
Nel 2011 poco allenamento. Nel 2012 i primi km di corsa e un allenamento un po' più strutturato.
Così il 2013 è stato l'anno del debutto del triathlon nella prima parte e l'anno della corsa, della maratona, nella seconda.
Degli allenamenti ricordo l'enorme fatica. All'arrivo da un "lungo" di 30 km mi dovetti fermare a 3 km dall'arrivo, perchè stremato e di aver percorso gli ultimi chilometri camminando a stento, trascinandomi da una panchina all'altra. Pensai che non sarei mai stato in grado di portare a termine i 42 km, di non essere forte a sufficienza.

Poi il 17 novembre. Partenza da Piazza S. Carlo. Al mio fianco Giuseppe, ex compagno della scuola di specilizzazione, incontrato lì per caso. Concordiamo di partire a 5 min/km, con l'obiettivo di terminare in 3 ore e 30 minuti.
Si parte.
I primi km sono in direzione del Po. Via Roma, Piazza Castello e poi in leggera discesa. Tengo un passo più veloce del previsto, intorno ai 4.40/km. Supero il pace-maker delle 3 ore e 30.
Non vedo più Giuseppe.
Modifico allora la mia strategia di gara: invece di tenere un passo costante scelgo di accumulare nei primi 30 km un "tesoretto" di minuti da gestire negli ultimi km.
Ogni 10 km c'è un ristoro. Un chilometro prima bevo una bustina di gel e al rifornimento una bottiglietta d'acqua o di sali.
Ai 20 km tutto bene.
Nichelino (che di per sè non è certo un luogo di particolare amenità) è uno spettacolo: a ogni angolo un batterista di una scuola di musica, tutti a scandire il ritmo e incitare.
Stupinigi e il maledetto cervo, che si vede da lontano e non arriva mai.
Si svolta in corso Unione Sovietica.
Ai 30 va ancora tutto bene.
Ai 35 arriva il "muro" e devo mollare un po', non ho scelta. Ho però un buon margine e credo di potercela fare a stare nei tempi programmati. Mi giro e non vedo il pacemaker, ho ancora un buon margine.
Ultimo chilometro. Mi sento leggero. Piazza Carlo Felice, Via Roma e Piazza San Carlo transennate. Tutti a fare il tifo. Mi commuovo. Ultimi metri. A sinistra Francesca, Marta e i miei che mi incitano.
3 ore, 27 minuti, 50 secondi.
Ce l'ho fatta, e ho vinto la scommessa contro me stesso e i 40 anni.

Non so ancora se quest'anno avrò voglia di riprovare, di sicuro, se le articolazioni me lo permetteranno, riproverò in futuro.

Credo che chiunque, minimamente in forma, sia in grado di correre 42 km. Non è un'impresa impossibile ma solo una questione di allenamento.
Bisogna preparare bene il cuore, i muscoli e sopratutto la testa.
E' importante conoscersi bene e capire i segni che ci dà dal profondo il nostro corpo.

Maratona di Torino 17.11.2013 09:30